14/10/2026
Stiamo bevendo meno, ma quando scegliamo di farlo siamo spesso disposti a spendere qualcosa in più.
Il punto interessante è capire dove finisce quel “di più”.
In una recente conversazione tra WGSN e IWSR emerge un pattern piuttosto chiaro: stanno guadagnando spazio prodotti percepiti come semplici da capire, facili da bere e soprattutto poco vincolati da regole su come, quando e con cosa consumarli.
Il rosé è forse l’esempio più evidente. Non richiede grandi rituali, si presta a occasioni diverse e proprio questa flessibilità ha contribuito alla sua crescita.
Lo stesso vale per il Prosecco, che negli Stati Uniti viene bevuto da solo, nei cocktail, nelle mimosa e in contesti molto diversi. Lo Ch*****ne conserva maggiore prestigio e notorietà, ma il Prosecco viene acquistato più facilmente.
Poi c’è il “chicken wine”, un rosé francese diventato virale anche grazie a una gallina in etichetta: un vino fresco, accessibile, senza la pretesa di chiedere al consumatore di conoscerne prima le coordinate culturali.
Non è una discussione sulla qualità assoluta nel bicchiere. È una questione di frizione.
Più un prodotto richiede competenza, rituali e codici per essere “usato bene”, più rischia di restringere le proprie occasioni di consumo.
Forse la vera domanda, allora, è quanto vino siamo ancora disposti a vendere insieme al suo manuale di istruzioni.
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